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Pauli Arbarei, Eucaristia nella giornata mondiale del malato

Sab, 11/02/2017 - 14:49
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Carissimi fratelli e sorelle, l’Eucaristia che stiamo celebrando acquista oggi un significato speciale. Ogni Eucaristia è ringraziamento al Signore per il suo amore per noi, per il dono della Sua Parola, per il dono di sé nel pane e nel vino. È memoria viva della Sua Passione e Resurrezione. Ma nell’incontrarci oggi con il Signore avvertiamo che Egli ci spinge - noi suoi discepoli -a rivolgere uno sguardo particolare, di attenzione, di affetto, di ascolto, ai nostri fratelli e sorelle malati.

Celebriamo con tutta la Chiesa la XXV giornata mondiale del malato. Attraverso il Magistero di san Giovanni Paolo II, la Chiesa ha voluto rivolgere la sua attenzione ai tanti cristiani che vivono la loro fede, il loro cammino cristiano, all’interno dell’esperienza della malattia e della sofferenza.
È significativo che sia stato proprio san Giovanni Paolo II a volere questa giornata, lui che lo sappiamo, è stato provato dalla sofferenza, dai ricoveri in ospedale, dal dover affrontare negli ultimi anni della sua esistenza il Parkinson che progressivamente lo ha debilitato.
È un segno della Provvidenza che sia stato il Papa che non ha avuto timore di mostrare al mondo la sua infermità, a parlare del valore della malattia vissuta nel contesto della fede e della carità. Anzi è stata la sua testimonianza di uomo infermo che ha vissuto con dignità e coraggio la sua malattia, che ha dato fiducia a molti.
Oggi la nostra società ha la forte tentazione di “nascondere il malato e la malattia”. Di non parlarne, di relegare le difficoltà, il calvario quotidiano di tante persone, solo ai momenti che fanno notizia, ai casidrammatici che fanno vendere i giornali. Solo raramente i mezzi di comunicazione si interessano dell’infermità per far risaltare il coraggio e la forza dei malati, la carità concreta e intelligente di coloro che li assistono, il tanto bene che si muove attorno a queste situazioni esistenziali.
Certo, non dobbiamo nasconderci che la malattia, il dolore, le situazioni tragiche della vita mettono a prova le persone, sia quelle direttamente malate sia i familiari. Non si tratta di minimizzare le difficoltà quanto di leggere questa situazione alla luce della nostra fede. Iniziando a fare memoria dell’atteggiamento del Signore Gesù nei confronti dei malati.  Il vangelo ci riporta molti episodi in cui il Signore manifesta la sua misericordia, la compassione, vicinanza e attenzione verso le persone malate del suo tempo. Come non ricordare il suo coraggio nell’avvicinare e toccare i lebbrosi, nel curare i ciechi e i sordi, nel guarire lo storpio e il paralitico, nell’allontanare la febbre della suocera di Pietro, nel sanare la donna curva, e nel vincere con la Sua Parola  il frutto della malattia: la morte.  
Ognuna di queste guarigioni, lo sappiamo bene, non è solo attenzione e interesse per la persona concreta e la sua situazione fisica. Volendo così ristabilire quella armonia che Dio ha dato all’uomo, ma è anche messaggio per faci capire che il Signore Gesù guarisce anche più in là della malattia del corpo, i dolori dell’anima, il peccato, la lontananza da Dio, l’indifferenza.
Chi ha fatto l’esperienza del Santuario di Lourdes, sa bene che queste due dimensioni sono strettamente legate: la guarigione del corpo e la guarigione dell’anima. Anzi sappiamo che i miracoli e le guarigioni corporali, benché siano presenti a Lourdes e siano stati certificati con attenzione dall’equipe medica, sono relativamente pochi rispetto ai milioni di persone che vi si recano. Ma sono certamente di più coloro che ricevono una spinta per crescere nella fede, per confessare i propri peccati, per camminare come veri cristiani.
Dunque il Signore nella sua vista in mezzo a noi si è mostrato pieno di attenzione e tenerezza verso alla malattia, e così vuole che facciano i suoi discepoli, noi che siamo i discepoli di oggi.  Siamo pertanto chiamati a rivolgere il nostro sguardo di misericordia e la nostra carità verso i nostri fratelli ammalati, infermi. Fare quanto è nelle nostre possibilità perché sentano quella attenzione, quell’amore che è l’amore di Dio Padre che si manifesta attraverso di noi.
Se non possiamo guarire le persone, perché questo è dono di Dio, possiamo però aiutarle a vivere la loro sofferenza, assumerla come un cammino di testimonianza, come una preghiera forte ed incessante che sale a Dio per il bene della Chiesa.
La nostra carità dunque è duplice: si occupa degli aspetti concreti della persona malata ma anche e soprattutto della sua storia come persona, aiutandola a vivere quotidianamente questa esperienza, illuminandola con la fede.
La giornata odierna ripropone al centro della nostra riflessione la persona della Madre del Signore, Maria di Nazareth, facendo echeggiare il suo cantico di Lode: “Grande cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Da attenta discepola di suo Figlio Gesù, anche Maria ben presto si fa attenta agli altri alle loro difficoltà a e sofferenze. Iniziando con l’attenzione per la sua cugina Elisabetta che aspetta un figlio, e che Maria conosce essere avanti negli anni e dunque bisognosa di attenzione aiuto. Ma possiamo anche ricordare Maria a Cana di Galilea, quando presta attenzione al fatto che “non hanno più vino”. Una povertà che tocca il momento di festa, il momento esistenziale di una coppia, e che potrebbe creare confusione, dolore, angoscia.
La storia della Chiesa ha poi ricordato innumerevoli volte, attraverso dei titoli mariani, come la Madre del Signore sia “aiuto degli infermi”, consolatrice degli afflitti.
Concludo con la preghiera che Papa Francesco ha messa a conclusione del suo Messaggio per questa giornata:
Maria, nostra Madre,
che in Cristo accogli ognuno di noi come figlio,
sostieni l’attesa fiduciosa del nostro cuore,
soccorrici nelle nostre infermità e sofferenze,
guidaci verso Cristo tuo figlio e nostro fratello,
e aiutaci ad affidarci al Padre che compie grandi cose.
 
+ Roberto Carboni, vescovo