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Ritiro al Clero di Ales-Terralba 10 Novembre 2016

Gio, 10/11/2016 - 13:06
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Ritiro del Clero: 10-11-2016 :Identità del presbitero e prassi pastorale nella nostra diocesi

  1. Riflessione del vescovo: La valutazione del Convegno Presbiterale Regionale tenuto ad Orosei la metà di ottobre ha, come tutti gli avvenimenti di questo genere, colori chiari e scuri. Vi sono stati gli aspetti positivi che è doveroso mettere in evidenza: in primo luogo la possibilità di ripensare un incontro di questo tipo a distanza di 22 anni. Inoltre lo sforzo notevole fatto dagli organizzatori (far cui il nostro Don Nico) per rimettere in moto una macchina lasciata in garage… da molto tempo. Ma soprattutto la possibilità di incontro e condivisione fra sacerdoti, parlarsi, ascoltare insieme, spunti di riflessioni, condividere le problematiche legate al ministero. A mio parere, anche la stessa presenza dei Seminaristi del Regionale è stata positiva per il messaggio di continuità e di reciproco arricchimento. Ma vi sono altri aspetti – senza dire di ombra -su cui è necessario riflettere e che non sono necessariamente dipesi dall’organizzazione: la scarsa partecipazione del clero sardo in relazione al numero totale di sacerdoti (dalla nostra Diocesi, nonostante i molti inviti di Don Nico, siamo andati in 7) specialmente del clero giovane. La proposta metodologica è sembrata un po' obsoleta (relazioni eccessivamente lunghe, i classici gruppi di lavoro ma un po' stanchi... etc.), anche i temi trattati sono sembrati dirigersi molto “ad intra” e verso la figura del prete, piuttosto che essere inseriti in una ecclesiologia più ampia, dove è necessario tenere in conto le dinamiche relazionali con la comunità, il ruolo dei laici etc. Una assenza sorprendente è stata quella relativa al tema affettivo e al celibato: rimozione? negazione? Altro?
    1. Il mio intervento non vuole adesso qui fare sintesi delle cose dette (sarà utile comunque darvi un testo che ci è stato fornito da Mons. Sigismondi: una lettera ai suoi preti, che può servire come spunto di riflessione personale). Voglio però ritornare a due temi centrali che sono stati affrontati in qualche modo: la nostra identità di presbiteri, chiamati a servire il Signore nel suo popolo e il nostro stile di pastorale oggi, qui nella nostra Chiesa di Ales- Terralba, nelle nostre comunità parrocchiali e non.

 Siamo chiamati a riflettere ancora sulla nostra realtà diocesana: dobbiamo renderci conto del momento di passaggio, di cambio di stile pastorale, di necessità di essere disponibili al cambiamento, non solo di luogo ma soprattutto di stile nel condurre la parrocchia e quindi non si parla solo di noi ma anche dei cristiani della comunità.  La tentazione è di scaricare questo tema come un “dejà vu”, qualche cosa che conosciamo da tempo, di cui abbiamo sentito parlare. Sarebbe un errore, perché non basta sapere le cose, ma bisogna assimilarle, farle proprie e far sì che incidano sulla prassi. Purtroppo talvolta quello che constatiamo dice che non è così.

  1. Leggiamo la nostra realtà: la nostra esperienza di chiesa parrocchiale è sovraccarica di incombenze che vengono richiesta alla figura del prete (dalla gente, dai fedeli, e forse anche dalle strutture della diocesi) e dall’altro vi è la tentazione di fuga, chiusura nel proprio mondo, nelle proprie cose. Noi, i nostri preti, forse si sentono in croce tra le attese della gente e i compiti che gli vengono chiesti di volta in volta.
  2. Avremmo bisogno di fermarci un po' e valutare quello che facciamo e come lo facciamo. Qualcuno mi ha suggerito quello che possiamo chiamare “il lunedì presbiterale: messa solo al mattino presto e poi il sacerdote che prende un giorno per sé, per stare con altri preti, per parlare, leggere, condividere, confessarsi, fare direzione spirituale personale”, coltivarsi umanamente e spiritualmente.  Ci sembra una cosa impossibile? Si potrebbe almeno tentare con i sacerdoti della Forania?  Le difficoltà che ci vengono in mente potrebbero essere solo “scuse” o sono reali?
  3. Torniamo al nostro tema: il cambiamento della figura del prete oggi. La prima cosa da fare è interrogare noi stessi, metterci in gioco. Vi propongo alcune domande per orientare la nostra riflessione personale e comunitaria:
  1. Come sta cambiando la figura del prete nella teologia e nella prassi? E come questo incide nella nostra chiesa di Ales-Terralba?
  2.  Il ministero del prete può diventare un cammino spirituale? O pensiamo che sia solo un lavoro e poi... c’è la vita spirituale?
  3.  Che rapporto c’è tra le funzioni del prete, i compiti richiesti e il buon esercizio del ministero?
  4. Su che cosa scommettere, pastoralmente parlando, nella situazione presente, tenendo in conto la situazione reale della nostra diocesi di Ales- Terralba?
  5. A quali condizioni è possibile un rinnovamento dell’essere preti?[1]

 

  1. Essere preti nel cambiamento
  • La domanda che ci facciamo è: Come sta cambiando la figura del prete nella teologia e nella prassi? Non vi è dubbio che c’è stato in questi anni un mutamento riguardo alla figura del pastore. L’enfasi sulla corresponsabilità dei laici e l’accento sulla chiesa tutta ministeriale secondo alcuni ha minacciato la figura del prete.
  • Dobbiamo superare la dinamica alternativa: clero-laici e ripensare i ministeri.
  •  Il titolo e ruolo che si riconosce al prete rimane come un valore teologale: una comunità cristiana non può fare a meno del riferimento al ministero ordinato.
  • Cosa minaccia però la coscienza del ruolo del prete anche da noi?  la diminuzione del clero e l’innalzamento dell’età media. Questi dati sembrano mettere in discussione la necessità/possibilità di avere un prete in ciascuna parrocchia.
  • Viene fuori anche una domanda: quale è la forma ideale di comunità parrocchiale? Si devono mantenere comunità piccole con riferimento ad un unico pastore? Oppure dobbiamo decisamente andare su larga scala verso il lavoro in rete tra parrocchie (unità pastorali) che ormai sono già avviate nella nostra diocesi?
  • C’è anche una domanda sulla qualità del rapporto tra ministero e comunità cristiana. Dobbiamo riflettere cosa intende il Codice (can 519) quando dice che il parroco è pastore proprio della comunità; cosa significa “cura pastorale” della comunità?
  • Dobbiamo chiarirci cosa si intendere per cura animarum: una concezione che ci viene dalla storia: tutto ruoto attorno al prete, con un rapporto privilegiato tra il pastore e la sua comunità. Questa visione ha generato figure fulgide di pastori e vescovi.
  • Il limite di questa immagine: una concezione verticale e individualista del rapporto pastore-comunità. Il concetto di pastorale è “cura delle anime”, salute delle anime. Qui l’accento è sulla questione della salvezza eterna, individuale. Si aveva meno attenzione alla costruzione di una comunità fraterna.
  • Il prete quindi si pensava come soggetto di rapporto unidirezionali con le “anime” più che come membro di una comunità – presbiterio. Qui non si discute la santità del prete che ha accolto questo modello quanto l’immagine ecclesiologica del ministero. In questo senso la figura del prete sta cambiando anzi è cambiata.
  • Il mutamento sta avvenendo perché dopo il Concilio Vat. II sta cambiando l’immagine di Chiesa, che ritorna all’immagine della chiesa degli apostoli. Il passaggio è dal binomio individualismo -verticalità a una pastorale che valorizza la dimensione comunionale sia della comunità che del presbiterio.
  • Concilio Vat II: l’azione pastorale ha come obiettivo l’edificazione della Chiesa come segno reale del Vangelo per la vita del mondo. La pastorale ha come soggetto non solo il pastore ma “tutto il popolo di Dio”.
  • Anche il Codice di Diritto Canonico evidenzia nella definizione di parrocchia che del parroco (can. 515 e 519) la cura pastorale della comunità attorno all’esercizio dei tria munera.

 
 
 

  •  Da questo ne deriva la visione per comprendere il presbitero oggi: rapporto con la comunità per esser segno che rende presente Cristo oggi e relazione solidale con l’intero presbiterio e con il vescovo, quindi con l’intera chiesa locale. In una parola il prete deve essere caratterizzato dalla orizzontalità e comunionalità oltre che dalla verticalità. È finito il tempo del parroco isolato.
  • Il presbitero è l’uomo della comunione che presiede alla sinfonia dei carismi. Deve servire alla comunione. Provo a leggere la mia realtà personale…

 

  1. Essere credenti nel mistero (può il ministero del prete diventare un cammino spirituale?)
  • Dobbiamo renderci conto che si può realizzare un vissuto spirituale autentico nonnonostante” il ministero, ma proprio nell’esercizio del ministero. Como possiamo non essere discepoli del Vangelo, noi che l’annunciamo? Come non possiamo essere uomini di comunione, carità, eucaristia noi che lo predichiamo?
  • CI rendiamo conto che il tema della spiritualità del presbitero diocesano, che la chiesa italiana aveva approfondito negli anni 70 80, fa fatica ad entrare veramente nella vita.
  • C’è il pericolo di voler essere “preti di carriera” piuttosto che accogliere una pastorale ordinaria, accogliendo le responsabilità quotidiane. La riforma della parrocchia passa per la vita del prete,
  • Trovare l’essenziale nell’agire pastorale non vuol dire diminuire o ridurre l’agire pastorale, ma piuttosto una questione di cambio qualitativo dei gesti e della mente. Questo non toglie che bisogna anche riflettere che cosa va ridotto, potato, inventato creativamente.
  • L’essenziale è una questione di sguardo, di visione: la predicazione: luogo dia ascolto della Parola, la celebrazione il momento della preghiera comune con l’assemblea, il sacramento della riconciliazione l’esperienza della misericordia che guarisce e salva, l’istruzione e catechesi lo spazio per la propria formazione intellettuale e personale.
  • In una parola: è possibile un ministero di catechesi che non dedichi spazio allo studio della Parola, appropriarsi del testo biblico? È possibile un ministero della riconciliazione senza sentire l’esigenza di attenzione alle dinamiche di accompagnamento spirituale?

 
3. Essere pastori nel discernimento

  •  Ci domandiamo: quando un pastore “è buono”?  La risposta è: Quando rende possibile alla parrocchia di realizzarsi come comunità evangelica.
  • E’ importante interrogarsi su quale immagine di chiesa si vuole edificare.
  • Dobbiamo anche interrogarci sulla “presidenza” del presbitero. Questo concetto si modifica in base al funzionamento. Una cosa è la presidenza dell’Eucaristia (chi lo fa bene però non vuol dire che sappia guidare bene la comunità). Altra cosa è la presidenza nel senso di guidare e organizzare alla comunità. Altra infine è la sottolineatura che si presiede l’Eucaristia in persona Christi.
  •  Ogni pastore poi sa che “guidare la comunità” significa anche costruirla in molti modi: visita, presenza, celebrazione, contatto personale, ascolto paziente, accompagnamento. (accompagnare i genitori dei cresimandi, accompagnare i fidanzati etc.)
  • Un rischio: vivere il ministero in modo abitudinario, burocratico, scarsamente coinvolgente. Questo si rafforza se si interpreta il ruolo come status... Siamo dei funzionari a volte: coinvolge certa professionalità ma scarso investimento personale.
  • Altro rischio: vivere una doppia velocità: quella professionale, e quella con i piccoli gruppi, relazioni, preghiera. Etc. dove si vivono intense relazioni.
  • Il buon pastore: ritrova il centro della sua pastorale ordinaria: il giorno del Signore incentrato sulla Parola, eucaristia, comunità. L’attenzione alla vita degli adulti e delle famiglie; il rapporto con il territorio, promozione del cristianesimo quotidiano.
  • In poche parole si potrebbe sintetizzare il progetto del pastore come guida: domenica, figura adulta della fede, prossimità delle persone.
  • Forse altri compiti vanno più nella direzione manageriale ma non sempre con la giusta presidenza.
  • Inoltre pensare la presidenza come “corresponsabilità” con gli altri preti (collaboratori) o delle unità pastorali e con i laici. La guida della comunità non può essere l’opera di un solo uomo, ma frutto di collegialità. La pastorale d’insieme appare più coerente con l’immagine della comunità cristiana.

 
4.Essere padri nella fede

  • Una domanda: Su che cosa scommettere dal punto di vista pastorale nella situazione presente? Su cosa puntare?
  • La Chiesa italiana indica non tanto una scelta materiale (famiglia, giovani etc..) ma piuttosto uno “stile”: quello del servizio alla fede delle persone.
  • Riprendere l’idea della Chiesa Madre, ripensando proprio le forme di iniziazione cristiana. In fin dei conti: l’agire pastorale si concentra sulle condizioni per entrare nella Chiesa e le condizioni per rimanervi.
  • Il prete “pastore buono” allora deve essere l’uomo della porta aperta: favorire l’ingresso, abitare la soglia perché il cammino verso la fede sia facilitato. Qui si riscopre la sua paternità spirituale, che serve anche a correggere l’immagine del prete come funzionario burocrate.
  • Qui c’è il problema che divide gli animi tra rigoristi e lassisti. Ma l’esigenza della Grazia non è per escludere, ma per far vedere la bellezza e grandezza e il fatto che il dono di Dio cambia la vita.
  • Il prete ha autorità: nel senso etimologico del termine “fa crescere”, apre il cammino. Vengono alla mente molti preti che sono stati padri, che hanno generato alla fede.

 

  1. Essere fratelli nell’umanità
  • A quali condizioni umane e spirituale è possibile il rinnovamento dell’essere preti?
  • Alcuni atteggiamenti:
  1. Senso ecclesiale: capacità di inserirsi nel cammino della chiesa, lavoro di collaborazione, ascolto. Il senso della chiesa, della tradizione viva in cui siamo inseriti, del cammino pastorale delle nostre comunità, la memoria degli itinerari che sono stati già percorsi, è fondamentale in un tempo di mobilità del clero.
  2. Capacità relazionale: entrare nel cuore delle persone. Nei loro problemi, nel loro cammino, sapendo che la buona presidenza fa anche crescere personalmente il prete.

Stare in mezzo alla gente come uno che serve; animatore di collaborazione.

  1. Attitudine sintetica: guardare la pastorale come uno sguardo di insieme, non lasciarsi trascinare da mille cose, non essere soffocato dall’immediato, senza progettare, senza pregare, studiare, formarsi, coltivare l’amicizia tra sacerdoti. Questo per evitare di essere travolto da un lavoro stressante che a volte sembra un correre invano. IL presbitero deve imparare dalla famiglia la dedizione.
  2. Evitare di esporre sé stessi o al contrario di chiudersi a riccio. Mostrarsi come uomo riconciliato, cioè uomo di relazioni forti, amicizia sincera, attenzione, gratitudine.

 
Conclusione
Questi spunti di riflessione hanno solo lo scopo di suscitare in noi una lettura della nostra esperienza attuale, condividerla con altri, valutare cosa possiamo iniziare a modificare, cosa ha bisogno di essere ulteriormente approfondito, cambiato.  Non si nega che già vi sono cose positive. Ma dobbiamo sempre riprendere il cammino. Sarebbe triste se andassimo avanti di “inerzia” facendo quello che sappiamo fare, trascinandoci senza entusiasmo.
Coraggio quindi, svegliamo il nostro desiderio di servire il Signore e i nostri cristiani con entusiasmo, non tanto proponendo cose nuove, ma proponendo le cose importanti con entusiasmo.


+ Roberto Carboni, vescovo
 

[1] La riflessione che faccio è debitrice del testo di Franco Giulio Brambilla, Essere prete oggi, Quaderni dell’Istituto San Luca n. 12, Diocesi di Padova, da cui prendo i punti principali.