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Ritiro al Clero di Ales-Terralba 19 Gennaio 2017

Gio, 19/01/2017 - 12:47
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Ritiro al Clero di Ales-Terralba 19 Gennaio 2017

Preghiera Iniziale: La meditazione che voglio offrirvi oggi vuole riprendere un tema importante espresso nel Libro del Sinodo della nostro Diocesi. In particolare voglio soffermarmi sul punto III della sezione “Coordinate del Rinnovamento”, che ha il titolo: “Alla base del rinnovamento, la comunione del presbiterio”.
In questi mesi ho ascoltato diversi presbiteri del nostro presbiterio che mi hanno commentato l’esperienza del Sinodo. Devo dire… non molti e senza grande entusiasmo, almeno in riferimento agli aspetti più concreti, ad alcune decisioni che ne sono seguite! D’altra parte in questo tipo di eventi (vedi anche i Sinodi  a livello di chiesa universale) non  facile accontentare tutti o realizzare una sintesi perfetta.
  Leggendo attentamente il libro del Sinodo, da parte mia credo che il Sinodo è stato una esperienza forte della vita ecclesiale della diocesi. Come però spesso accade in questo tipo di eventi, il rischio molto reale è che un lavoro intenso di riflessione, che ha coinvolto diverse persone, presbiteri e laici, venga ben presto dimenticato. Anche alcune decisioni che sono state prese, o almeno progettate, possono perdere le loro radici spirituali, teologiche ed esistenziali che le rendono efficaci e rimanere solo come norma, come una sintesi più o meno brillante dal punto di vista teologico-pastorale, ma insomma...l’involucro della decisione... ma senza la noce dentro!
Ho sentito talvolta parlare (dai presbiteri) dei limiti del Sinodo, ma anche di alcune intuizioni e prospettive che vale la pena riprendere. Non ultima la progettazione delle unità pastorali (su cui credo sarà necessario riflettere ancora per degli aggiustamenti, come è normale in progetti umani) e lo stile sinodale di pastorale che deve caratterizzare sempre più il nostro stile nelle comunità cristiane a noi affidate e a cui abbiamo dedicato la nostra “due giorni” di Vallermosa, ma che in verità non mi pare avesse suscitato particolari entusiasmi.
Come sappiamo bene, un progetto si può attuare efficacemente se sono coinvolti non solo l’intelligenza (capire cosa si dice, capirne la bellezza o utilità) ma anche e soprattutto se viene coinvolto il cuore (amare ciò che si capisce e si progetta) e solo unificando insieme la conoscenza e l’amore si arriva poi ad una attuazione efficace (le decisioni operative).
Nel desiderio di risvegliare le motivazioni profonde, spirituali, affettive, teologiche del perché di alcune scelte, vi propongo questa riflessione. La collaborazione tra presbiteri non può nascere solo per “decreto”, anzi talvolta questa metodologia scoraggia o trova resistenze – ma piuttosto perché se ne capisce l’importanza, se ne sente la bellezza e l’efficacia pastorale, ci si trova  spinti a un modo nuovo, entusiasmante di servire al popolo di Dio.
Dunque il numero III che ho citato (Alla base del rinnovamento la comunione del presbiterio) ci ricorda alcune elementi importanti che possono servire per la nostra riflessione di stamane:
Per essere servi della comunione nella comunità cristiana, bisogna sperimentarla all’interno del presbiterio diocesano. Si parla dunque si “maturare” lo spirito di comunione, curando la mentalità e l’attitudine alla collaborazione, nella distinzione delle competenze e valorizzazione delle capacità di ciascuno”.
Fermiamoci un momento su questo verbo “maturare”. Credo che sia evidente per tutto che il concetto di maturazione implica uno stadio in cui non si è maturi, un processo che avviene nel tempo, che necessità di certe condizioni per realizzarsi e anche di criteri per valutare poi l’effettiva maturazione. Questo si manifesta in modo evidente nella natura (una frutta immatura… che si maturerà, a certe condizioni (sole, terreno, tempo etc.) e certi criteri per dire che è matura… vedi l’uva acerba!). Ma anche la dimensione antropologica può utilizzare questa immagine metaforica: vi persone mature e altre che non sono mature: a causa dell’età, per incapacità di fare sintesi della esperienza, per pigrizia, per congelamento interiore, per problemi di personalità, etc…  Anzi si potrebbe dire ancora meglio che in una persona umana esistono diversi livelli in cui vi possono coesistere anche diversi gradi di maturità. Pensiamo a un presbitero che è molto maturo cognitivamente, ma non lo è emotivamente o relazionalmente o socialmente. Chi a volte non ha conosciuto presbiteri che sanno scrivere benissimo e anche affascinare nelle omelie, ma sono un disastro nelle relazioni interpersonali, o anche al contrario: persone modeste cognitivamente ma che sprigionano accoglienza e ispirano fiducia e la gente se ne accorge.
Ci facciamo una domanda: Cosa rende “immaturi”? nel realizzare lo spirito di comunione?  Credo che l’elemento più forte consista nel fatto che non siamo stati educati a questo. Forse non lo siamo stati nel tempo della nostra formazione in Seminario e poi negli anni seguenti.  Il messaggio più o meno esplicito negli ambienti formativi era ed è: devi cavartela da solo. Sei tu quello che ha in mano tutto (la parrocchia, la pastorale, l’organizzazione, l’economia etc.…) e devi fare tu. Ciascuno pensa alle proprie comunità etc.
Non credo si tratta di cattiva volontà: quando piuttosto di uno stile acquisito nel tempo e ormai radicato, anche per i giovani preti della diocesi. D’altra parte abbiamo anche esempi di come questo spirito di comunione invece si è maturato in alcune unità pastorali, dando buoni frutti. Non si tratta qui di dare medaglie: bravi questi e meno bravi gli altri! Quanto di interrogarci se questo stile che riesce in certe unità pastorali può essere esportato o che cosa lo ha reso possibile.
 
Continuando nella riflessione ispirata al testo del Sinodo: si dice con chiarezza che la dignità sacerdotale non è data da un incarico di carattere individuale né da impegni o progetti vissuti solo in modo personale.  Noi siamo sacerdoti in virtù del fatto che apparteniamo a un presbiterio che costituisce un corpo unico attorno al vescovo. E dunque, continua il testo, il primo dono che dobbiamo fare alla Chiesa e al mondo è la testimonianza di una “fraternità concretamente vissuta”.  
Devo dire che in questi mesi ho visto esempi di questa fraternità (aiuto vicendevole per il ministero in momenti di difficoltà, sostituzioni, interesse fra sacerdoti per le loro storie personali etc..). Questo mi ha rallegrato. Però devo dire che nonostante ciò sia molto  positivo, sembrano casi isolati, legati a storie personali.  Il mio invito perciò è per tutti: Dobbiamo tutti crescere nel concetto di “fraternità concretamente vissuta”.
Anche su questo aspetto mi rendo conto che la formazione e l’educazione spesso non hanno aiutato. C’è naturalmente una sorta di complicità da “camerati” fra coloro che hanno frequentato gli stessi anni di Seminario, o si conoscono per altri motivi, a fanno parte di quello che qualcuno ha chiamato “il cerchio magico”. Però la fraternità sacerdotale è altra cosa, è sostanziata da altri valori, si nutre in profondità nella vita spirituale e non solo nel “stiamo bene insieme e ci vogliamo bene”.
In un incontro con il giovane clero di Cagliari, il 31 di dicembre scorso. proprio dalla bocca dei giovani preti è emerso che il Seminario non educa alla fraternità. Vi è spesso come un effetto “tunnel”: cioè bisogna far passare quanto prima questo tempo “obbligato”, di studio, di regole e convivenza, di solitudine, per poi entrare nella vera vita. E così poi ci si ritrova alla fine in un presbiterio, ma con il quale ci hanno contatto “sporadici”, ma senza sentirsi veramente “ appartenenti a qualcuno”, solo in circostante ufficiali e forse anche non in quelle….
Cosa può significare per un prete della nostra diocesi il concetto di “fraternità concretamente vissuta”.  È evidente che non si vuole trasformare il presbiterio in una comunità religiosa, che per altro, ha pure le sue difficoltà relazionali. Nel presbiterio vi sono altre dinamiche e altra prospettiva rispetto all’impostazione di una vita comunitaria scandita da una Regola comune come per i francescani o altri Ordini.  Però credo che alcuni ingredienti della fraternità sacerdotale siano questi:
Prima di tutto percepire di far parte di questo gruppo che si chiama presbiterio. Sentire l’appartenenza non come una cosa formale, ma sostanziale ed esistenziale. Cioè sono presbitero con una “famiglia di appartenenza”. Sappiamo che la Chiesa insiste molto sull’ incardinazione dei presbiteri. Non si tratta solo di un elemento formale, solo perché così lo prescrive il Codice di Diritto Canonico, ma piuttosto un elemento che si fonda sulla teologia del ministero: sei un sacerdote inserito in una Chiesa specifica, in una relazione specifica con il vescovo e gli altri presbiteri al servizio del popolo di Dio nelle comunità concrete.
Secondo, ricordarci che noi come presbiteri manifestiamo la nostra vocazione in concreto soprattutto nelle qualità delle relazioni che viviamo.  Questo significa tempo da dedicare all’ascolto, all’incontro. Qualità della relazione: interesse reale alle persone (salute, situazioni, problemi) offerta di aiuto e sostegno (nel lavoro, nei momenti difficili). Credo che dobbiamo lavorare molto in questa prospettiva: aiutarci l’un l’altro, sostenerci.  Attenzione: non si tratta di creare una setta, una lobby, un gruppo, ma persone che si stimano, aiutano, capiscono, ascoltano, difendono, sono vicino ai presbiteri ammalati e anziani.
Terzo, il presbitero in relazione con altri diversi da sé: capita in molte riunioni di presbiteri che non si riesca ad intavolare un confronto sereno e costruttivo: si passa dal mutismo alle prese di posizione che non ammettono repliche, consapevoli del fatto che ciascuno nella propria parrocchia potrà regolarsi come gli sembra più opportuno, senza dover rendere conto ad altri.
vengono meno in questo modo il confronto e la correzione fraterna. Si scarica magari la responsabilità di questa brutta abitudine sull’educazione ricevuta in seminario, ma ben poco si fa per instaurare relazioni paritetiche che ci aiuterebbero a essere discepoli con gli altri discepoli. Si cercano o si sognano contesti più omogenei (legati a movimenti ecclesiali o ad amicizie o a specifiche iniziative di spiritualità presbiterale) in cui sia più facile capirsi e confrontarsi. È un desiderio plausibile, ma il vero confronto avviene tra coloro che sono diversi: i discepoli di Gesù - come si è visto - non formano un club di soci accomunati dagli stessi gusti e interessi.
È difficile, però, obbligarsi a questo confronto: molto più facile è evitarlo, dare per scontato che ciascuno si terrà le proprie idee e farà a modo suo. Talvolta anche gli incontri di Forania  (me lo dite voi….) diventano così mera comunicazione di avvisi o presentazione di discorsi astratti. Sembra che il confronto vero avvenga - quando avviene - là dove si è “costretti” a collaborare: nei progetti comuni, nelle Unità Pastorali, nelle comunità educative… eppure gli organismi di partecipazione, come anche il consiglio Pastorale Parrocchiale e il consiglio per la Gestione economica possono essere luoghi in cui il presbitero può ricordare di essere discepolo tra altri discepoli e trovare il coraggio di ascoltare e di esprimere umilmente il proprio pensiero esponendosi anche a eventuali critiche.  Riprendo il testo del Sinodo: “L’istituzione di nuove Unità Pastorali potrà essere per i presbiteri un’occasione preziosa di crescere nello spirito di collegialità tra loro e con altri fedeli, a patto che non diventino distributori itineranti di servizi liturgici”.
Il presbitero, discepolo in ricerca: i discepoli sono quelli che entrano in casa con Gesù e gli chiedono spiegazioni sulle parabole: a loro Gesù spiega ogni cosa. Stare con il Signore, essere dei suoi significa anche domandare, chiedere spiegazioni, interrogare e interrogarsi. È questo un criterio di appartenenza diverso - anche se non opposto - dall’essere battezzato, praticante, impegnato. Un criterio che valorizza il dubbio e la ricerca quali vie per non conoscere solo “per sentito dire”. I fedeli rivolgono al presbitero molte domande e si aspettano risposte. Spesso non si ritiene opportuno - nemmeno davanti a sé stessi - manifestare la propria ignoranza e i propri dubbi. È importante, perciò, trovare contesti dove poter dar voce alle proprie domande, dove dare un nome alle proprie incertezze, almeno tra confratelli, ma anche insieme ad altri discepoli portatori di una sensibilità diversa. ricoprire un ruolo è meno pesante e difficile se c’è la possibilità di qualche pausa nella quale uscire da esso.
 Il presbitero, discepolo nella precarietà e nell’itineranza: itineranza e povertà sono gli “strumenti pedagogici” con cui Gesù forma i suoi discepoli e li prepara alla missione. non è detto che in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni situazione il discepolato debba replicare pedissequamente le modalità della prima sequela di Gesù. Tuttavia, per essere autentico, il discepolato di ogni tempo deve incarnare quello spirito e quegli strumenti. Per i presbiteri della nostra diocesi, nel nostro tempo, l’itineranza può realizzarsi nella disponibilità a cambiare parrocchia, ad affrontare situazioni nuove ricominciando “da capo”. La scarsità di mezzi di molte nostre parrocchie, la necessità di amministrare in modo trasparente, responsabile e condiviso i loro beni e la carità verso i poveri possono aiutare i presbiteri a vivere la povertà evangelica. nella celebrazione eucaristica la seconda epiclesi è su tutta l’assemblea, sulla quale viene invocata «la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo, in Cristo, un solo corpo e un solo spirito». chi presiede l’eucaristia è il servo di questa comunione: perché il rito non sia smentito dalla vita, egli deve adoperarsi con tutte le proprie risorse perché i fedeli siano “uno” nella carità di Cristo, secondo la volontà del Signore espressa nella preghiera dell’ultima cena. egli per primo deve cercare di essere “uno” con gli altri discepoli: da qui provengono l’ascesi e la spiritualità del suo ministero.
 
Cari presbiteri, ciò che ho detto in questa riflessione non è una novità: proprio il testo del Sinodo che stiamo trattando parla di: incontri di formazione, fraternità, programmazione pastorale, verifica, partecipazione al ritiro mensile (A volte ci si esenta facilmente…).
Nel contesto proprio della realizzazione di una fraternità concreta si inserisce il tema della programmazione pastorale. Proprio il Sinodo indicava che “bisogna promuovere un rinnovamento coraggioso della pastorale, imperniata sino ad ora in dimensione parrocchiale…  quando la nostra comunità cristiana va sperimentando suggerisce il “superamento della struttura pastorale intesa come istituzione autosufficiente e autoreferenziale”. Certo la parrocchia conserva la sua funzione di luogo di accoglienza, ma siamo chiamati a una convergenza delle risorse in dimensioni di più ampio respiro, che rendano la Chiesa proiettata verso la missione di annuncio”.
Mi rendo conto che la proclamazione di principi validi e di progettazioni pastorale deve fare i conti con in “tempi esistenziali” delle persone: sia dei parroci implicati in queste dinamiche, sia dei cristiani delle varie comunità. La visita, seppure non approfondita, a tutte (o quasi.) comunità parrocchiali mi ha fatto vedere che la gente ci tiene alla propria “comunità” alle proprie tradizioni.
Bisogna inserire questo atteggiamento nel contesto antropologico più ampio che vive il nostro territorio: la gente si sta impoverendo, le istituzioni latitano, i servizi vengono ridotti. La Chiesa, come istituzioni e anche fisicamente come luogo di incontro (la chiesa parrocchiale) spesso è l’unico punto di incontro e aggregazione pubblica, con le sue feste, tradizioni etc.
Dobbiamo perciò non progettare solo a tavolino gli schemi pastorali, ma tenere conto della realtà umana specifica. Qui risiede la capacità del parroco ( e del vescovo) di armonizzare l’ascolto dei cristiani e delle comunità, il rispetto  per le tradizioni e al tempo stesso la capacità di spingere gradualmente verso nuove prospettive. Ad esempio aiutare le persone a vivere momenti dell’anno liturgico in unione con altre comunità viciniori.
A questo punto però tocca ai sacerdoti che hanno il mandato di parroci, di incontrarsi tra loro con uno spirito aperto, facendo attenzione alla tentazione di voler difendere il proprio orticello, per aprirsi gradualmente a una progettazione comune. Vi domando: avete l’impressione o la certezza che si sta facendo? In alcuni contesti sembra più facile, in altri, anche per la situazione sopra accennata, sempre più difficile.
Vi invito, vi esorto, vi chiedo, di incontravi come unità pastorali per pensare, come vuole il Sinodo, all’attuazione di un unito progetto pastorale. Vi chiedo anche di concordare un calendario e invitarmi a questi incontri delle unità, per poterci parlare, valutare le situazioni e problematiche.
Naturalmente non devono essere coinvolti solo i preti, ma anche i Consigli pastorali parrocchiali e per gli affari economici (quando ve ne sono...) sarebbe bene che venissero coinvolti. Non facciamoci tentare dal pensare che la chiesa è un affare… del prete.  Non dimentichiamo quanto la Chiesa insegna ed ha insegnato sui cristiani laici, sulla loro partecipazione. Dobbiamo senza più indugio coinvolgere i laici. Aiutarli a prendere le loro responsabilità, aiutarli a formarsi.
A questo proposito: voglio invitarvi tutti a riprendere con coraggio gli incontri di approfondimento della Parola di Dio con i cristiani della comunità.  Senza rinuncia a tradizioni (feste, santi etc… ) dobbiamo trasmettere alla nostra gente che è prioritario il contatto con la Parola di Dio. Organizzate, anche se in modo semplice, delle Lectio Divine per capire meglio le letture della domenica, o una lettura sistematica di un Vangelo.
Dobbiamo aiutare la nostra gente ad avere un contatto diretto e reale con il Signore, insegnando loro a pregare e pregare con la Scrittura e passare poi dalla Parola pregata alla parola vissuta nel quotidiano.
 
PER CONTINUARE LA PREGHIERA: «E chi potrebbe accingersi a questo lavoro se non chi è partecipe dei sentimenti di Gesù, chi ha ricevuto da lui occhi che vedono? Gesù cerca aiuto. Non può compiere l’opera da solo. Chi sono i suoi collaboratori? Solo Dio li conosce e deve darli a suo Figlio. Chi potrebbe offrirsi da sé a essere collaboratore di Gesù? Nemmeno i discepoli possono farlo. Essi preghino il Signore della messa perché mandi operai al momento opportuno; perché è ora… (Dietrich Bonhoeffer, Sequela)
***
«Fratello prete, abbiamo costruito strutture senza leggerezza di tenda, margini senza finestre aperte al miracolo. Noi, mucchio di scontenti e di beati, di tradizionalisti e progressisti, animati da contese e controversie, da sfoggio di vanità, a spingere sull’entrata dove “né entriamo, né lasciamo entrare”.
L’orgoglio, l’integralismo e la fretta nascono in noi dalla paura di sospenderci nel vuoto e non fidarci di quell’abisso di mistero che ci sovrasta.
Fratello di fragilità e di devozioni improvvise, rapide com’è rapida a marzo la ventata che sparge luce e pioggia. Fratello di malinconia dolce e mistica come quella di Giobbe e Mosè, Caino e Abele, Adamo ed Eva.
Fratello prete, impaurito come me dall’estrema semplicità di Dio, che ci ha chiamati a chinarci sugli altri, a liberare sguardi di paura, lì dove la fiamma sta per spegnersi, dove la canna incrinata sta per essere spezzata.
 Fratello prete, c’è fame di gesti, di sguardi e silenzi più che di parole, di mendicanti che non fanno rumore, di perdenti che non cessano di lottare, di feriti il cui sangue non è diventato amaro.
Fratello prete, il dono prezioso da offrire è la nostra vera presenza, è dimenticare la fame e il nostro diritto a possedere, vedere il chicco di grano di ogni persona e la pula lasciarla al fuoco.
Ho provato in questi anni a seguire Gesù senza trattenerlo, avendo nel cuore le parole forti dell’inizio: “Prendi il largo”, e dolci alla fine: “Mi ami?”.
(Luigi Verdi, Il mandorlo, Fraternità di romena, Pratovecchio (Ar) 2003
 
Invocazione
Signore, rendimi voce, eco della tua Parola, gioioso testimone del tuo messaggio. Purificami alla scuola del silenzio più eloquente di persuasivi discorsi. Sovente illuso da falsi amori ricorro a te, Sposo fedele. Copri col tuo manto le mie nudità. riscatta i miei giovanili errori. Aiutami a scomparire, perché tu cresca.
 
 
Alcune domande per la condivisione in assemblea
Che cosa mi ha colpito o mi interroga della riflessione del vescovo?
Che cosa propongo perché possiamo crescere sempre più nella “fraternità sacerdotale” nella nostra Diocesi?

Condivido luci e ombre della mia esperienza di “unità pastorale”.