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Omelia Conclusiva Missione Popolare Siddi

Sab, 28/10/2017 - 11:02
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SIDDI  27 OTTOBRE 2017

 Tre situazioni sono riunite nella celebrazione di questa sera: la conclusione della Missione popolare a Siddi; l’invito a fare sintesi di quanto si è vissuto in questi 20 giorni; la nuova partenza, il cammino che si apre davanti e a cui tutti siamo chiamati.: leggere l’esperienza vissuta, fare memoria di ciò che si è vissuto, mettere in evidenza i frutti personali e comunitari, animarsi per ripartire nella vita quotidiana.

La conclusione della Missione popolare a Siddi: sappiamo che nella vita vi sono momenti festivi e momenti feriali. Ciascuno ha la sua importante e nel dialogo che si stabilisce tra festivo e feriale si tesse la nostra storia come cristiani. La missione è stato un momento “festivo” intenso. Si conclude per riportarci alla “ferialità” che però ha la sua importanza e bellezza. Perché ci permette di rendere solido, stabile, quanto ricevuto, di animare la quotidianità della nostra vita e della nostra fede con quelle luci, quei momenti intensi di preghiera e condivisione.

L’invito a fare sintesi: è infatti il secondo passo. La Missione non è fatta di momento isolati, di proposte interessanti e stimolanti ma che sono staccate. Si tratta piuttosto di vederne il nesso interiore: gli incontri in famiglia, con i bambini e i giovani, la preghiera, la condivisione, la riconciliazione e la preghiera di adorazione sono esperienze legate tra loro, che si illuminano a vicenda. Ciascuno è chiamato a fare la sua sintesi personale. Il parroco è chiamato a fare la “sintesi comunitaria, ad indicare in alcune prospettive il cammino che si apre e che attende la comunità cristiana di Siddi.

La nuova partenza: è ciò che adesso sta di fronte a noi. Parafrasando la lettera di san Giovanni potremmo dire: “quello che abbiamo conosciuto, quello che abbiamo visto, quello che abbiamo sperimentato e toccato adesso lo annunciamo, lo portiamo con noi” perché sia testimonianza. Impegno nella Missionarietà: dare quello che si è ricevuto; seminare quello che si è raccolto. Condividere il dono. Adesso si tratta di mantenere il fuoco acceso, di mettere le energie ricevute nel cammino quotidiano e più feriale della vita cristiana. In una parola si tratta di far germogliare e portare a frutto tutto quello che si è seminato.

Indico a modo di esempio cosa deve essere portato a maturazione: in primo luogo  la relazione più profonda e più stretta con il Signore. Questo si può fare ad esempio frequentando giornalmente la Parola di Dio, anche per pochi minuti. Abituandosi a leggere il Vangelo per fare entrare sempre più in noi i pensieri e i sentimenti di Cristo. Trasformare poi quello che abbiamo capito in preghiera, in invocazione, in lode.

Dalla relazione con il Signore poi nasce la relazione con gli altri.  Ripensare al proprio stile di relazione sia in famiglia come nella comunità allargata: il nostro modo e stile di parlare, di agire, di giudicare, di pensare. Qui si devono vedere i frutti: come noi trattiamo gli altri. Se riusciamo a far crescere in noi il seme del perdono, della accoglienza, dell’ascolto. Forse ci rendiamo conto che non è facile; ma proprio questo potrebbe essere il nostro programma di vista spirituale per questo anno: crescere in una relazione più fraterna, accogliente.

 Questa sera inoltre  dobbiamo aprirci alla gratitudine:

 La missione è un tempo speciale di grazia, con un ritmo diverso dal solito. Stimola l’apertura personale e della comunità allo Spirito di Dio. Si è offerto occasione più intensa di preghiera, di incontro, di condivisione ad esempio nelle famiglie, di approfondimento di temi di vita e di cammino cristiano. La nostra gratitudine va a Dio perché ha guidato sapientemente e ispirato di mettere in atto, di realizzare la Missione. La gratitudine va poi a coloro che sono stati strumenti del Signore nel rendere concreta la Missione: il parroco, i collaboratori nella Missione: sacerdoti diocesani e specialmente i frati minori cappuccini e le Religiose che hanno portato l’impegno di questa missione. Grazie poi a tutti coloro che in modi diversi si sono resi disponibili perché tutto si realizzasse nel migliore dei modi, ai cristiani della comunità che hanno dato disponibilità, attenzione.

Oltre alla gratitudine dobbiamo aprirci alla speranza: la speranza è una virtù che apre gli occhi per farci vedere al di là del momento presente, del piccolo nostro orto, dell’esperienza che comunque appare limitata. Ci apre a guardare oltre gli orizzonti e anche le difficoltà, i limiti. La speranza che i semi che sono stati gettati dal Seminatore trovino buon terreno per germogliare, per crescere, per portare frutto. Speriamo che una buona parola, una esortazione, una luce interiore, qualsiasi cosa di cui il Signore si possa servire, faccia breccia nel cuore di molti per indirizzarli verso Dio.

La speranza è anche che le persone che non si sono sentite particolarmente coinvolte, avvertano però che qualche cosa è accaduto, sentano la curiosità di sapere, di approfondire di chiedere. Trovino in ciascuno di voi disponibilità a dire, testimoniare, attrarre a Cristo. Penso specialmente ai nostri giovani: come avvicinarli, come parlare loro, come suscitare il desiderio di conoscere sempre più il Signore?

Infine tutti siamo chiamati a seguire l’invito che Gesù ci rivolge nel Vangelo: saper leggere i segni dei tempi. Dicendo questo Il Signore si rivolge in quel contesto ai suoi ascoltatori, perché leggano la Sua presenza, la sua parola e le opere che mette in atto come segni della presenza di Dio.   Il Signore utilizza come sempre una immagine semplice, che tutti gli ascoltatori conoscono. Fa parte del senso comune della gente. Si dice anche da noi “rosso di sera, bel tempo” ...   cielo a pecorelle, acqua a  catinelle etc.. Ma certo Gesù si riferisce a una capacità di leggere “la presenza di Dio “nella storia, negli avvenimenti, sia personali che comunitari.

Anche noi oggi siamo chiamati a discernere, a capire cosa il Signore vuole da noi come singoli e come comunità.  Come ho cercato di dire nella Lettera Pastorale, il Signore mi pare ci inviti a trovare nuovi modi di fare comunità, a non chiuderci nel nostro campanile, ad aprirci alla collaborazione con le altre comunità cristiane. In una parola, sappiamo che non possiamo camminare da soli, farcela da soli. Oramai la parola chiave che deve animarci è quella della “unità, condivisione”.

Infatti attraverso la comunione tra noi che deve crescere la comunità cristiana. Non dobbiamo sentirci isolati e autonomi, facciamo parte della Chiesa diocesana e della Chiesa universale. Apriamoci agli altri.

Credo che un frutto importante di questa missione sia quello di permettere sia al parroco che a tutti i cristiani della comunità, insieme, una lettura dei segni: come sta camminando la nostra comunità? Quali sono le fatiche? Cosa succede con i nostri giovani e cosa possiamo fare? Come trasformare le occasioni di festa tradizionale in occasione di crescita di fede?

Bisogna dunque ripartire da qui, dove aver ripreso le forze. Per rispondere alla propria vocazione cristiana.

+Roberto, vescovo